Questo non è solo il titolo di una sequenza fotografica, ma la promessa che ho fatto a me stesso: un viaggio intimo per ritrovare mia nonna Mimma, per tutti ‘a cummara Minicuzza. Madre di mia madre, ma per me una colonna, una bussola silenziosa che ha guidato la mia vita da ragazzo e da adulto con una saggezza che non aveva bisogno di molte parole, perché parlava attraverso l’esempio e un modo di amare riservato, profondo, assoluto.
A distanza di anni dalla sua scomparsa, ho sentito il bisogno di non lasciare che il tempo sbiadisse la sua essenza. Non potendo più stringerle la mano, ho cercato di ricostruire dei “fotogrammi” della sua quotidianità, frammenti di vita che mi permettessero di immaginarla ancora lì. In questi scatti non troverete quasi mai il suo volto: ho voluto che fossero gli oggetti a parlare, quegli elementi che hanno assorbito la sua luce e che oggi aiutano la mia mente a riportarla in vita.
Il cuore di questa memoria abita su quel tavolinetto del salotto, la prima immagine che ti accoglieva varcando il portone di casa sua, quasi sempre lasciato aperto in segno di ospitalità. Era lì che nonna trascorreva le sue ore più preziose. La rivedo seduta, assorta e concentrata, mentre curava la corrispondenza metodica con mia zia in Australia o metteva la sua penna al servizio delle vicine che non sapevano scrivere. In quei momenti, nonna diventava la loro voce: raccoglieva pensieri sospesi e li trasformava in parole concrete per i parenti lontani, ricucendo con l’inchiostro distanze oceaniche. Su quel medesimo legno, il silenzio si faceva poi preghiera nel ritmo cadenzato del Rosario, recitato insieme alle amiche di sempre in una liturgia di fede e profonda vicinanza.
Se non era al tavolino, stava alla sua macchina da cucito o la trovavo, specialmente di mattina, sul balcone della camera da letto. Era lì che, con gesti antichi e premurosi, annaffiava i suoi garofani. Quelle piante non erano semplici ornamenti, ma un atto d’amore quotidiano: le coltivava con dedizione per poterle poi portare a nonno Vincenzo, che ci aveva lasciato molti anni prima, mantenendo vivo un dialogo che neppure la morte era riuscita a interrompere.
Subito dopo, si compiva un rito che sapeva di famiglia e di attesa. Nonna apriva l’armadio dispensa di cui porto ancora addosso l’odore inconfondibile, un profumo di vita custodita nel tempo. Da quel buio fragrante tirava fuori il vassoio d’argento con i wafer che comprava appositamente per me, offrendomeli insieme al suo leggendario rosolio di caffè, il sapore dolce e denso della mia infanzia.
Ma il momento più toccante arrivava dopo: sistematicamente, si alzava per andare nella stanza da letto. Ne usciva poco dopo stringendo tra le mani dei soldi, che mi regalava con un amore immenso, quasi scusandosi: “Figlio mio, sono pochi, ma questo posso darti con la mia pensione”. In quelle banconote c’era tutto il suo sacrificio, la sua dignità e il desiderio di esserci sempre per me.
C’è un’unica eccezione in questo racconto visivo: l’ultima foto che le ho scattato, il 28 agosto del 2010. Ci avrebbe lasciato nel settembre dell’anno successivo, dopo un tempo di sofferenza affrontato con dignità immensa. In quello sguardo c’è tutto: ci sono i suoi racconti, le sue ultime, silenziose raccomandazioni.
Ma è solo guardandola da vicino, quasi entrando in quella foto, che ho scoperto il senso profondo di questo lavoro. Ingrandendo i suoi occhi, ho visto la mia immagine riflessa nelle sue pupille. Ero lì, davanti a lei, catturato per sempre nel suo sguardo mentre la ritraevo.
È da quel riflesso che nasce tutto. Da quel bisogno di ritrovarmi ancora una volta lì, protetto e guidato, specchiandomi in quegli occhi che hanno visto tutto di me e che, attraverso queste fotografie, continuano a guardarmi.
