Seduto con la schiena leggermente curva, quasi a voler proteggere il segreto del suo mestiere, zio Peppe siede di fronte al telaio nudo di una sedia. È lì che avviene la magia. Da un sacco ai suoi piedi, come un pescatore che trae linfa dal mare, estrae i fili di vuda: lunghi, flessibili, ancora profumati di terra e di acqua.

Le sue mani non si limitano a lavorare; sembrano danzare in un gioco di passaggi appresi a memoria, un dialogo silenzioso tra dita callose e fibra vegetale. Ogni filo viene teso, incrociato e sovrapposto con una maestria che trasforma il caos della matassa nel rigore dell’ordine.

Ma è nel dettaglio tecnico che emerge il vero artista: tra un intreccio e l’altro, zio Peppe impugna il suo cuneo di legno. Con piccoli colpi precisi e decisi, assesta le geometrie, stringe i nodi e allinea le file, assicurandosi che la trama sia fitta come un tessuto e solida come il tempo. In quel gesto, il cuneo diventa l’estensione del suo pensiero, lo strumento che trasforma una serie di fili in una geometria perfetta, pronta a sostenere il peso di nuove storie.

Quando il ritmo del cuneo si ferma e la sedia riprende fiato, zio Peppe non smette di creare. La pausa non è assenza di lavoro, ma un cambio di trama.

Con la stessa precisione millimetrica con cui domava la vuda, le sue dita si muovono ora su frammenti bruni di tabacco. È un rito intimo: spiana la cartina, dosa la miscela e, con un movimento che è memoria pura, intreccia la sua amata sigaretta.