Il presente lavoro analizza l’impatto dell’inquinamento antropico sugli ecosistemi costieri, esplorando la transizione degli oggetti d’uso comune da strumenti del quotidiano a detriti permanenti dell’ambiente marino. Attraverso un’indagine visiva condotta sui litorali, emerge una realtà in cui il confine tra organico e inorganico appare drammaticamente sfumato: legname spiaggiato si intreccia a polimeri plastici, mentre oggetti simbolo dell’infanzia — come bambole sfigurate dalle onde, tricicli abbandonati e palloni sgonfi — diventano testimoni muti di un consumismo che non prevede il riassorbimento.

Le immagini evidenziano una “stratigrafia del rifiuto” che spazia da pneumatici usurati e contenitori industriali fino a microplastiche quasi indistinguibili dalla sabbia. La presenza di una sedia di plastica capovolta tra le onde o di bottiglie colorate che galleggiano come messaggi senza speranza, sottolinea la resilienza tossica di materiali progettati per durare pochi minuti ma destinati a persistere per secoli.

L’analisi conclude che l’inquinamento ambientale non rappresenta solo una crisi ecologica o chimica, ma una crisi culturale del concetto di “fine vita” dell’oggetto. La decontestualizzazione di questi scarti, che riaffiorano come relitti di una civiltà distratta, impone una riflessione urgente sulla necessità di un nuovo paradigma di design e consumo, affinché il mare cessi di essere l’ultima dimora del nostro superfluo.